Walter Gentile

DOMODOSSOLA 03-03-2016 - Walter Gentile è un ragazzo ossolano di 24 anni che da un anno e mezzo


circa lavora come volontario insieme ai ragazzi immigrati ospitati a Domodossola a Casa Latizia e presso l’ex casa di riposo a Craveggia. Come ci ha spiegato, il suo lavoro consiste principalmente nel trascorrere del tempo insieme ai ragazzi, provando a coinvolgerli in varie attività che hanno come obiettivo quello dell’integrazione. Si tratta per la maggior parte di ragazzi giovanissimi, alcuni non ancora ventenni, che intraprendendo veri e propri viaggi della speranza, hanno deciso di abbandonare la loro terra d’origine alla ricerca di una vita migliore. Arrivano dal Gambia, dal Mali, dalla Costa d’Avorio, qualcuno dal Pakistan e dall’Afghanistan. Ognuno di loro ha alle spalle storie diverse con cui Walter si interfaccia quasi quotidianamente. Ragazzi vicini a lui per età, ma così lontani per vissuto e provenienza geografica. Per Walter fare un certo tipo di volontariato non significa stare politicamente da una parte o dall’altra: “Si tratta di una presa di coscienza che mi spinge a riconoscere l’esistenza di un problema e a provare a fare qualcosa”.

Abbiamo cercato di capire insieme a lui in che cosa consiste il suo lavoro, che indubbiamente comporta un dispendio di tempo, ma anche e soprattutto un forte coinvolgimento emotivo.

Walter, fare il volontario in questo ambiente significa occuparsi d’integrazione. Quali sono state fino ad ora le attività pensate per i ragazzi?

Prima di tutto abbiamo organizzato dei corsi di italiano, in quanto imparare la lingua del paese ospitante e riuscire a comunicare con gli altri rappresenta il primo passo verso l’integrazione. Abbiamo anche cercato di simulare dei colloqui di lavoro, per cercare di rendere le lezioni utili nell’ottica di un inserimento lavorativo futuro. Ci sono state poi altre attività, come la partecipazione a corsi di cucito, il coinvolgimento dei ragazzi durante l’Open Air Trontano Festival o durante il Carnevale Vigezzino, l’organizzazione di una mostra ospitata all’ex cinema di Villadossola in collaborazione con l’associazione Eallax. Insomma, tutte attività pensate per avvicinare i ragazzi alla popolazione locale e viceversa.

Sono persone giovanissime che hanno storie particolari alle spalle. Che cosa ti ha colpito di più in loro?

Sono delle persone con una forza d’animo e una pace interiore invidiabili. Per me non è sempre facile comprendere fino in fondo la loro scelta: quella di abbandonare e di rischiare tutto per arrivare fino a qui, imbarcarsi su un gommone senza sapere se arriverai a destinazione. E’ una scommessa col destino. Io non riuscirei nemmeno lontanamente a pensare di fare una cosa del genere. Ma, nonostante quello che hanno passato, riescono ad essere leggeri in qualche modo. Sono sicuramente più forti di noi che, senza le nostre sicurezze, siamo persi.

Che cosa intendi?

Ti riporto un episodio. L’altro giorno mi stavo lamentando con uno dei ragazzi per il fatto di non essere tornato a casa per quattro giorni di seguito, mi mancava il mio letto. E lui, che ha solo 19 anni, mi ha guardato e ha risposto: “Di che cosa ti lamenti? Io è da quattro anni che non torno a casa e che non vedo la mia famiglia”. Sono frammenti di conversazioni che non possono non farti riflettere. E’ come trovarsi davanti a uno specchio e vedere riflessa un’altra faccia dell’umanità.

Cosa pensi di aver imparato in questo anno e mezzo da volontario?

Credo di aver imparato molto da queste persone che arrivano da continenti diversi, con culture differenti e con un altro approccio alla vita. Non è facile da spiegare, ma quando ti trovi davanti a dei ragazzi che a vent’anni raccontano di aver sacrificato tutto per la loro famiglia, allora inizi a vedere le cose da un’altra prospettiva. E’ un’occasione di crescita, di scambio e di arricchimento personale. Per questo non riesco proprio a capire come mai alcuni dei nostri concittadini si arrabbino tanto al loro arrivo. A volte basta conoscersi.

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