exalcolisti

DOMODOSSOLA 12-03-2016 - L’ACAT (Associazione Italiana dei Club Alcologici Territoriali) è un’organizzazione

non lucrativa di utilità sociale, fondata nel 1989 per promuovere e coordinare le attività dei CAT (Club Alcologici Territoriali). I CAT sono comunità costituite da un minimo di 2 a un massimo di 12 famiglie e da un servitore insegnante, che ha il ruolo di facilitare la relazione tra le famiglie. I Club promuovono un approccio ai problemi alcolcorrelati fondato su un cambiamento dello stile di vita che tende alla sobrietà, attraverso la crescita e la maturazione multidimensionale della persona (emozionale, culturale, spirituale, relazionale). I Club, intesi come comunità di cittadini solidali, si propongono come agenti di cambiamento della cultura sanitaria e generale rispetto ai consumi di alcol e ai problemi alcolcorrelati, attraverso un approccio che mira a favorire il confronto e l’ascolto tra le famiglie in un rapporto basato sulla fiducia reciproca. Perché, come ci è stato spiegato dai suoi membri, il problema dell’alcol non riguarda solo l’individuo direttamente coinvolto, ma anche la famiglia e la comunità di cui fa parte. All’interno della provincia del VCO l’ACAT riunisce 5 Club e uno di questi si trova a Domodossola, dove abbiamo incontrato tre dei suoi membri che hanno scelto di raccontarci le loro rispettive esperienze. Ognuno di loro ha storie diverse alle spalle, seppur unite da un filo conduttore comune. Per ognuno di loro, infatti, il percorso all’interno del Club è ed è stato un processo di cambiamento, attraverso la relazione con le altre famiglie: “All’interno del Club nessuno si permette di dire agli altri che cosa devono fare, ognuno racconta la propria esperienza e viene ascoltato. Non ci permettiamo nemmeno di dire agli altri di smettere di bere. Siamo assolutamente contrari al proibizionismo, ai divieti. Bisogna incidere sulla cultura di una comunità, far riflettere sui rischi, non vietare. Ognuno di noi è responsabile della comunità in cui vive e la comunità può cambiare se io cambio le mie scelte, non quelle degli altri”.

 

Ecco le loro storie.

Orlando Di Giorgio, 66 anni, pensionato di Villadossola e Vicepresidente dell’ACAT VCO

“Ho sempre bevuto, dall’età di 14 anni, ma mai esageratamente come è accaduto nel 2012, durante una festa di Carnevale. In quell’occasione mi sono ritrovato a casa, steso per terra, e i miei nipoti mi hanno dovuto mettere a letto. Sono scapolo, vivo con mia cognata e i miei nipoti, che sono la mia famiglia. Il giorno dopo mi hanno voluto parlare, anche perché a causa del problema dell’alcolismo ho già perso due fratelli. Così abbiamo deciso di prendere un appuntamento al Sert con la Dottoressa Crosa Lenz e ho iniziato il percorso di “disintossicazione”, un percorso farmaceutico e psicologico. Dopo circa 9 mesi la Dottoressa Lenz mi ha indirizzato al Club 267 (sede di Domodossola) e ho così iniziato a prender parte agli incontri con le altre famiglie che prevedono di riunirsi per un paio d’ore una volta alla settimana . Ho anche frequentato la scuola di primo modulo, uno strumento formativo a disposizione delle famiglie. Da allora ho proseguito il mio percorso all’interno dell’ACAT, perché ci possono essere delle ricadute, non solo con l’alcol ma anche e soprattutto psicologiche. Il Club infatti non serve solo per smettere di bere, ma principalmente per cambiare stile di vita. Si tratta di un percorso di profondo cambiamento, inizi a vivere diversamente. Ad oggi posso dire di aver perso tante cose a causa di questo problema: per esempio sono scapolo, non sono stato in grado di trovare una donna con cui mettere su famiglia. Ora sto vivendo una situazione in cui mia cognata ha bisogno del mio aiuto, prima non sarei stato in grado di farlo. Ero assente, avevo nella testa solo il bere, non mi preoccupavo di quello che mi accadeva intorno a casa. Anche quando lavoravo non vedevo l’ora di andare a bere. Oggi sono 1500 giorni che non tocco l’alcol.”

Antonio Yulita, 61 anni, Dipendente comunale di Villadossola

Arrivo da una famiglia dove l’alcol e il vino non esistevano. Fino a 18 anni non sapevo nemmeno cosa fosse l’alcol. Poi, quando sono andato a Bra per una visita militare, mi sono ritrovato insieme ad altri a mangiare una pizza, ho bevuto la mia prima birra, mi è piaciuto e da lì ho iniziato a bere. Mi consideravo un bevitore moderato, ma in realtà non ero io che controllavo la situazione, ma l’alcol che controllava me. Nel 2003 c’è stata la svolta: i miei cari per la prima volta mi hanno detto “Dobbiamo fare qualcosa”. “Dobbiamo” e non “Devi” come mi veniva spesso ripetuto Allora abbiamo deciso di rivolgerci al Sert, ho incontrato prima Don Visco e poi con la Dottoressa Lenz che mi ha indirizzato all’ACAT. Il 18 febbraio 2004 ho fatto il mio primo ingresso nel Club 61 di Piedimulera intitolato a Mario Ticozzi. Questo è il mio dodicesimo anno all’interno dell’ACAT. Nel 2010 ho seguito il corso di sensibilizzazione a Carmagnola e sono diventato servitore insegnante presso il Club 179 di Villadossola fino all’anno scorso, perché il Club si è sciolto. Non riesco ancora a capirne il motivo, le famiglie non sono più venute e senza almeno 2 famiglie non ci può essere il Club. Nonostante questo, continuerò sempre il mio percorso: noi che ci crediamo dobbiamo proseguire, per noi stessi e per le altre famiglie. Sono passati 30 anni prima che decidessi insieme alla mia famiglia di chiedere aiuto. Oggi sono 4.000 giorni che non bevo.”

Roberto Graffieti, 63 anni, custode e impiegato alla Cipir di Premosello

“Nell’aprile del 2000 sono entrato per la prima volta nel Club di Villadossola perché avevo un problema in casa. Pensavo che il problema non fosse mio, ma della persona che viveva con me e con cui ho avuto un figlio. Ma durante il percorso ho capito che il problema non apparteneva solo all’altra persona, il problema era mio. Anche io mi consideravo un bevitore moderato, ma in alcune situazioni bevevo per riuscire meglio a socializzare con le altre persone e sconfiggere la mia timidezza. Quando ho deciso di entrare nell’ACAT avevo già smesso di bere, ma l’astinenza mi creava comunque dei problemi. Durante il mio percorso all’interno del Club la mia scelta è diventata libera e consapevole e ho iniziato a cambiare il mio approccio nei confronti della vita. Ho iniziato a frequentare il Club da solo e dopo un paio di settimane sono riuscito a far entrare mio figlio, che allora aveva 7 anni. Successivamente ha preso parte anche il resto della famiglia. Nel 2013 mi sono separato, mio figlio è stato affidato a me e abbiamo proseguito insieme il percorso all’interno del Club, prima a Villa e poi a Domodossola. Nel 2007 ho seguito il corso di sensibilizzazione a Guastalla e sono diventato servitore insegnante inizialmente nel Club di Domodossola, poi a Piedimulera e poi a Verbania. Successivamente ho seguito 13 corsi di sensibilizzazione, non più come corsista ma come co-conduttore di gruppo prima e come conduttore di gruppo poi. In due corsi a Caltanisetta e a Carpi sono anche stato co-direttore. Tra i corsisti c’era mio figlio che ora è attivo come servitore insegnante. Tra un mese apriremo il Club 183 in Vigezzo ed io sarò servitore insegnante. Il mio è un percorso particolare, da bevitore che non sapeva di esserlo a formatore. Oggi non bevo da 5.764 giorni.

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